Soluzioni per il condizionamento dei tessuti molli perimplantari

L’implantologia degli anni ’90 è stata caratterizzata da un protocollo chirurgico estremamente rigido per cercare di rendere il più possibile predicibile e ripetibile la terapia implantare. Oggi molte parti di questo protocollo sono state modificate e alcuni concetti appaiono quasi in antitesi con quanto sostenuto negli ultimi 15 anni. In realtà quegli anni di ricerca e pratica clinica hanno consentito di chiarire che molteplici fattori concorrono all’ottenimento e al mantenimento a lungo termine dell’osteointegrazione; uno di questi è certamente l’ampiezza e l’integrità dei tessuti molli perimplantari. Lo scopo di questo lavoro è quello di evidenziare l’ importanza della ampiezza e integrità dei tessuti molli per la durata e l’estetica delle protesi su impianti e che ciò si può ottenere facilmente senza interventi chirurgici aggiuntivi, ma addirittura semplificando le procedure.
Visione del tunnel gengivale alla rimozione del tappo di guarigione by Dott. Roberto Meli 05-11-2010
Introduzione

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dall’affermazione dell’implantologia osteointegrata in totale contrasto con la prima implantologia che oggi definiamo "non osteointegrata".

Brånemark stabilì prima di altri che l’osteointegrazione è il principio su cui l’implantologia trova il fondamento primario, intendendo con questo termine un contatto fra osso e superficie dell’impianto senza interposizione di tessuto non osseo o fibroso.

Da allora l’adozione di un protocollo operativo rigoroso divenne una consuetudine, nell’intento di rendere l’implantologia una attività predicibile nei risultati. Per molti anni, salvo pochissime eccezioni, le metodiche standard prevedevano una tecnica chirurgica in due fasi che consisteva nell’apertura di un lembo, l’inserimento della fixture nel tessuto osseo e la chiusura del lembo al di sopra dell’impianto stesso. Dopo alcuni mesi la gengiva veniva nuovamente incisa e condizionata per accogliere il moncone. La tecnica chirurgica in due fasi ovviamente comporta un doppio trauma sui tessuti molli che dovranno maturare correttamente intorno al moncone implantare.

La percentuale di successi a lungo termine negli anni è andata crescendo raggiungendo risultati intorno al 95-97%2. La ricerca costante delle cause di fallimento da parte dei clinici ha portato nel tempo a stabilire altre cause di insuccesso oltre a quelle legate al trattamento del tessuto osseo.

Molti autori hanno compreso l’importanza di poter disporre per i nostri restauri implantoprotesici (come per i denti naturali con parodonto integro) di un sigillo biologico ben rappresentato, oltre ad una bassa carica batterica perimplantare simile a quella che si rileva su un parodonto sano.

Quando esponiamo un impianto ed inseriamo un elemento transmucoso l’organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica e la mucosa che circonda l’ impianto si ricopre di tessuto cheratinizzato supportato da un connettivo sopracrestale denso di fibre collagene, che decorrono parallele alla superficie implantare mimando la struttura del parodonto.

Tale struttura viene definita ampiezza biologica. Dal momento in cui questo concetto è stato accettato e supportato da studi clinici sono state introdotte alcune tecniche chirurgiche volte ad assicurare la presenza di una banda di gengiva aderente attorno agli impianti, o ad aumentarne lo spessore per ottimizzare la protesizzazione nelle zone estetiche: ne sono esempi la traslazione di gengiva o la tecnica roll-flap.

Queste tecniche sopra citate vengono eseguite normalmente in fase di riapertura degli impianti. La durata degli impianti dipende fortemente dall’ equilibrio dinamico che si instaura fra le difese immunitarie ed i batteri presenti nel solco perimplantare. In particolare è stato dimostrato in numerosi studi che l’accumulo di placca è causa scatenante della gengivite perimplantare oltre che della perimplantite. Sappiamo oggi che esiste un passaggio di germi costante tra l’esterno e l’interno dell’impianto nei sistemi avvitati, proprio per la natura stessa della connessione che presenta un gap medio tra fixture e abutment di circa 40-100 μm a seconda delle tolleranze di lavorazione. L’introduzione sul mercato della connessione conometrica tra impianto e moncone ha consentito un notevole progresso per la natura stessa del tipo di unione che riduce il gap a circa 0,5-4 μm4,18 e trasforma virtualmente il complesso fixture-abutment in un pezzo unico. Ciò consente di limitare drasticamente il passaggio di germi e tossine nella zona più delicata del sistema: l’e- mergenza del moncone implantare.

Lo scopo di questo lavoro è quello di mostrare attraverso alcuni casi clinici, trattati con una sistematica conometrica (Exacone, Leone), come con una tecnica chirurgica semplice a fase unica unita a tappi di guarigione e di condizionamento dei tessuti si riesca ad ottenere non solo un corretto mantenimento, ma addirittura un aumento in altezza e un ispessimento dei tessuti molli ( Fig. 1)
senza ricorrere a interventi specifici eseguiti secondariamente.

Conclusioni

La tecnica chirurgica monofasica con sistemi conometrici consente di gestire al meglio e in maniera estremamente semplice il corretto condizionamento dei tessuti molli. L’utilizzo di sistemi implantari a connessione conometrica in tecnica chirurgica monofasica consente di gestire al meglio e in maniera estremamente semplice il condizionamento dei tessuti molli.

Con questa tecnica i tessuti molli vengono manipolati una volta sola e possono disporre di un tempo di maturazione allungato, perché equivalente, al tempo di osteointegrazione della fixture.

Il tappo di guarigione di vari diametri e altezze consente di traslare la gengiva aderente e quindi di aumentarne l’ampiezza di tanto quanto è il diametro del tappo. La salute dei tessuti è garantita anche dal minor passaggio di germi all’interno della fixture per la riduzione del gap fixture/abutment.

Tutto questo consente di ottenere tessuti più stabili che garantiranno nel tempo il mantenimento dell’estetica e della funzione.

Scritto da Dott. Roberto Meli
Firenze (FI)

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